Asia Argento e l’hate speech: quando l’abuso viene legittimato

Il caso di Harvey Weinstein ha suscitato un vero e proprio scandalo mediatico. Ma a volte non basta essere una vittima di abuso sessuale: la rete ti mette anche alla gogna. Lo sa bene Asia Argento. La figlia del regista di Profondo Rosso, infatti, si è unita al coro delle scioccanti dichiarazioni rivelando di aver subito da parte di Weinsten violenze sessuali a soli 21 anni.

Scatenando una bufera social, la sua rivelazione ha diviso gli utenti diventando un esempio significante di quello che negli USA viene chiamato hate speech, letteralmente “parole d’odio”.

C’è chi le dà della bugiarda, in quanto la violenza non è mai avvenuta, e chi invece la sostiene. Chi la critica per aver denunciato il tutto 20 anni dopo anziché al momento, e chi l’accusa di arrivismo, perché non è credibile che “[…] una verginella di 21 anni, già rotta davanti e di dietro, si trova a sua insaputa a casa di un maiale che le salta addosso e le sfonda le tonsille […]” e ancora “[…] questa aveva proprio bisogno di trombare col produttore per fare carriera. e questo perché? perché è una troia. troia. troia. troia”.

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Forse ancora più preoccupante il fatto che da parte delle donne non traspare alcuna parvenza di solidarietà su Twitter, Facebook o Instagram riguardo a questa vicenda, anzi. A criticarla, o meglio insultarla, maggiormente è proprio il genere femminile. Alcune legittimano persino lo stupro nei confronti dell’attrice, perché in fondo “Asia Argento ha un tatuaggio sul pube, è una zoccola e se lo meritava”.

Nonostante l’odio intrinseco, questi commenti ormai tendono a non scalfire più di tanto, sono quasi la normalità. Al giorno d’oggi il fenomeno dell’hate speech è noto alla maggior parte delle persone e, in particolare, gli insulti a sfondo sessuale contro le donne sono sempre più diffusi in rete. Sfortunatamente si propende a considerare l’hater come un “leone da tastiera” con cui non vale la pena discutere; invece di combattere il fenomeno la maggior parte delle persone tende a leggere e far finta di niente.

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E forse è per questo motivo che Asia Argento quando viene definita una donna che per “[…] non andare a fare un lavoro che la portasse all’anonimato ha venduto la bocca e magari altri orifizi e ora piange a fare la vittima […]” perché “quando una è zoccola è zoccola”, non ci si scandalizza. In fondo è così che funziona: fa parte del gioco.

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