Il Codice europeo contro l’hate speech

Il 31 maggio 2016 la Commissione europea ha firmato insieme a Facebook, Microsoft, Twitter e YouTube un codice di condotta che ha lo scopo di combattere la diffusione dell’hate speech in Europa.

Come affermato dalla Commissaria per la giustizia Vera Jourova, esso costituisce “un importante passo avanti per garantire che la rete rimanga un luogo aperto all’espressione libera e democratica, nel rispetto dei valori e delle normative europee”.

Le aziende informatiche si sono impegnate ad elaborare per le loro piattaforme procedure chiare ed efficaci per esaminare le segnalazioni di incitamento all’odio entro 24 ore in modo da poter rimuovere tali contenuti o disabilitarne l’accesso.

Inoltre sono state invitate a svolgere presso i loro utenti un’opera di educazione e di sensibilizzazione sulle tipologie di contenuti non autorizzate con l’ obiettivo di elaborare e promuovere narrazioni alternative al fine di incoraggiare il pensiero critico.

Un anno dopo l’adozione del codice, una valutazione svolta da ONG e organismi pubblici di 24 Stati membri evidenzia come le società informatiche hanno compiuto notevoli progressi nel rispettare gli impegni assunti.

I risultati più significativi della valutazione indicano che:

  • in media, nel 59% dei casi le società informatiche hanno risposto alle notifiche riguardanti l’illecito incitamento all’odio rimuovendo il contenuto. Questa percentuale è più di due volte superiore a quella del 28% registrata sei mesi fa
  • nello stesso periodo di sei mesi la percentuale di notifiche riesaminate entro 24 ore è passata da 40% a 51%. Facebook, tuttavia, è la sola società che ha raggiunto pienamente l’obiettivo di riesaminare la maggior parte delle notifiche entro il giorno stesso

Sebbene i dati indichino dei passi avanti nella lotta all’hate speech, non sono mancate alcune critiche al codice che, oltre ad essere considerato mancante di una solida base giuridica, delega ad aziende private il controllo dei contenuti online. Tale scelta può condurre al rischio di limitazione della libertà d’espressione perché la valutazione dei contenuti di fatto avviene sulla base delle singole linee guida delle aziende e non su uno standard unico a livello europeo.

Nonostante siano ancora numerosi i passi da fare verso una legislazione più adeguata e più efficace sul fenomeno e sia necessaria una partecipazione attiva di tutti gli attori in gioco, questo primo tentativo europeo rappresenta indubbiamente un documento importante.

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